Diritto Vitivinicolo – corso di perfezionamento post lauream

Il settore della produzione e della vendita del vino, così come tutto quello agroalimentare, è in continua e rapida espansione.
Spesso i produttori si trovano di fronte a problemi giuridici legali legati all’impianto delle viti ovvero alla tutela del prodotto che commercializzano, privi di figure professionali di riferimento o supporto che possano aiutarli: la normativa che interessa l’intero settore agroalimentare è per lo più di carattere europeo, ma esistono numerose fonti normative anche di carattere nazionale come la legge 12 dicembre 2016 n. 238 (c.d. “legge sul vino”).
All’interno dello studio AREALEGIS l’avv. Antinucci ha partecipato ad un corso di perfezionamento post lauream organizzato dall’Università di Firenze sul diritto vitivinicolo, lo studio è pertanto pronto a fornire un’ampia e completa assistenza nell’ambito delle problematiche che riguardano l’intero settore.

L'assegno di divorzio

Molto spesso ci viene chiesto di rispondere a coniugi che intendono divorziare se a loro carico, o a loro favore, sia riconoscibile un assegno divorzile.

Su punto rispondiamo che  con la recente sentenza della Suprema Corte n. 11504/2017 si è mutato radicalmente un indirizzo che ha caratterizzato i giudizi divorzili italiani degli ultimi decenni: infatti “mentre la precedente giurisprudenza poneva quale parametro di riferimento- al quale rapportare la adeguatezza-inadeguatezza dei mezzi del richiedente (al fine di negare o riconoscere il diritto ad un assegno periodico) – nel tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, il nuovo indirizzo ritiene che il parametro di riferimento cui rapportare il giudizio di adeguatezza-inadeguatezza dei mezzi del richiedente l’assegno di divorzio e sulla possibilità-impossibilità per ragioni oggettive dello stesso di procurarseli – vada individuato nel raggiungimento della indipendenza economica del richiedente: se è accertato che quest’ultimo è economicamente indipendente o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto.[1]

Viene così superata la giurisprudenza che faceva capo alle pronunzie degli anni “90 ancorate ad una concezione rigida e patrimonialistica del matrimonio, inteso come “sistemazione definitiva”, per valorizzare  il cd. principio dell’autoresponsabiità economica[2] del singolo, sicchè il giudice divorzile, ove richiesto di disporre sull’assegno di cui al noto art. 5 della L. 898/70,  dovrà svolgere una duplice indagine, la prima sull’an debeatur e la seconda, solo eventuale, sul quantum.

Nell’ambito della prima indagine, egli deve verificare alla luce del principio dell’autoresponsabilità economica di ciascuno degli ex coniugi quali persone singole,  se vi sia in capo all’eventuale richiedente un’oggettiva mancanza di mezzi adeguati, o comunque impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, con esclusivo riferimento alla indipendenza o autosufficienza economica dello stesso, desunta dai principali indici del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o cespiti patrimoniali e immobiliari, delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, età, al mercato del lavoro ecc.) nonchè alla stabile disponibilità di una casa di abitazione. Premesso dunque che il parametro “tenore di vita” non viene più considerato dalla Suprema Corte come un riferimento utile[3], v’è che  solo in caso di accertamento positivo sull’an (ovvero, e in sostanza, di indigenza economica) si dovrà tener conto, in ordine al quantum debatur, di tutti gli elementi indicati nell’art.5 ovvero le condizioni dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune, al reddito di entrambi e quindi valutare tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio. Al contrario, ove il giudizio sull’”an”, nei termini anzidetti, sortisca esito negativo, nessun altro parametro andrà in valutazione.

[1] Così in Guida al Diritto n. 23 del 27 maggio 2017, pag 25, in commento alla sentenza 11504/17.

[2] La Corte testualmente scrive sub 2.3: “Tale principio di “autoresponsabilità” vale certamente anche per l’istituto del divorzio, in quanto il divorzio segue normalmente la separazione personale ed è frutto di scelte definitive che ineriscono alla dimensione della libertà della persona ed implicano per ciò stesso l’accettazione da parte di ciascuno degli ex coniugi – irrilevante, sul piano giuridico, se consapevole o no – delle relative conseguenze anche economiche.

Questo principio, inoltre, appartiene al contesto giuridico Europeo, essendo presente da tempo in molte legislazioni dei Paesi dell’Unione, ove è declinato talora in termini rigorosi e radicali che prevedono, come regola generale, la piena autoresponsabilità economica degli ex coniugi, salve limitate – anche nel tempo – eccezioni di ausilio economico, in presenza di specifiche e dimostrate ragioni di solidarietà”.

[3] Vedasi sul punto quanto argomentato specificamente sub 2.1 (in fine) e sub 2.3 delle “ragioni della decisione” della citata sentenza della S.C. ove testualmente si legge: “2.3 Le precedenti osservazioni critiche verso il parametro del “tenore di vita” richiedono, pertanto, l’individuazione di un parametro diverso, che sia coerente con le premesse”

ASSOLTI AUTISTI E SINDACALISTI

Dopo il processo sui fatti di Belluno, con sentenza resa dal Tribunale di Belluno in data 11 dicembre 2017 è terminata con assoluzione piena anche la vicenda che vedeva inquisiti due sindacalisti e due autisti della Dolomitibus imputati per aver interrotto il pubblico servizio durante la manifestazione celebratasi in Feltre (BL) il 24 gennaio del 2014.

E’ stata respinta la tesi accusatoria che voleva vedere come responsabili del fatto i due sindacalisti.

da “Il Gazzettino”
da “Il Corriere delle Alpi”

Tre dei quattro imputati erano difesi dallo studio.

 

Modifiche al processo penale apportate dalla legge 103 del 2017

Con la legge 103/17 il legislatore ha apportato nel nostro sistema giudiziario varie modifiche al codice penale  e a quello di procedura penale, modifiche che incidono sensibilmente nei diritti degli imputati e delle persone offese da ipotesi di reato.

I punti principali di interesse del cittadino sono i seguenti:

a) viene sostanzialmente elevato il termine di prescrizione dei reati introducendo delle nuove cause di sospensione del decorso della prescrizione: in sostanza sarà più difficile che i reati vadano incontro a prescrizione;

b) nei reati procedibili a querela viene introdotta una causa di estinzione del reato per condotta riparatoria del responsabile: in sostanza, se l’imputato si offre di risarcire il danneggiato anche con somme ritenute da costui non idonee a riparare il danno, il Giudice può comunque  dichiarare estinto il reato e fermare il processo;

c) viene reintrodotta la possibilità di “patteggiare” la pena nel processo di appello;

d) viene incentivata l’emissione del decreto penale di condanna riducendo a 75 euro al giorno il criterio di conversione delle pene detentive in pecuniarie;

c) vengono aumentate le pene per il reato di furto in abitazione e di rapina;

d) viene introdotto il diritto della persona offesa che ha sporto querela di sapere, dopo sei mesi, lo stato del procedimento;

e) vengono introdotti meccanismi che dovrebbero rendere più certi i tempi delle indagini;

f) vengono messe delle regole importanti che si propongono di limitare le impugnazioni infondate, non circostanziate e specifiche;

g) viene eliminata la possibilità di ricorrere in Cassazione personalmente, ovvero senza la sottoscrizione di un difensore abilitato.

Sussistono poi numerose altre modifiche processuali tecniche su cui non è possibile soffermarsi in questa sede.

Lo studio è a disposizione per approfondimenti specifici nell’ipotesi di interesse del Cliente.

Assoluzione per i dipendenti di Dolomiti Bus

 

IL Gazzettino 13.10.2017

12 ottobre 2017

Il processo penale a carico di sei dipendenti della Dolomiti Bus, azienda che si occupa del trasporto pubblico in provincia di Belluno, termina con la loro assoluzione con formula piena. Il lungo processo, iniziato nel 2014, li vedeva imputati del reato di danneggiamento, violenza privata, furto, interruzione di pubblico servizio, organizzazione di manifestazione non autorizzata.

I sei dipendenti erano difesi dallo studio.

Come funziona il compenso per l’avvocato?

Il principio generale è che l’avvocato viene pagato dal proprio cliente: quando si entra nello studio di un avvocato e si chiede una prestazione (parere o assistenza in una causa) si stipula un contratto d’opera intellettuale tra avvocato e cliente che obbliga l’avvocato alla prestazione richiesta e il cliente al pagamento del compenso (vedi artt. 2229 e segg c.c.)

Il compenso dell’avvocato va oggi determinato con accordo di regola scritto come previsto dall’art. 13 della L. 247/12 (Legge Professionale Forense) come modificata con L. 124/17: recentemente è stato previsto che al momento del conferimento dell’incarico il professionista, anche senza espressa richiesta, fornisca un’indicazione scritta sulle prevedibile misura delle spese e competenze della vertenza

Poiché è difficile prevedere quale sarà l’effettiva prestazione che l’avvocato fornirà (ad es: una causa può non arrivare alla sentenza) sono generalmente previsti compensi per prestazioni ipotetiche che troveranno applicazione solo qualora la prestazione prevista venisse effettivamente compiuta

Al compenso come concordato vanno poi aggiunti: a) il rimborso delle spese vive se non in precedenza anticipate (ad es; il Contributo Unificato) b) il rimborso forfettario oggi fissato dall’art 2 D.M. 10.03.14 n. 55 nella misura del 15% c) il contributo previdenziale oggi determinato nel 4% d) l’Imposta sul Valore Aggiunto oggi determinata nel 22%

A tali oneri di spesa a carico del cliente poi, a seconda dei casi, se ne possono aggiungere altri. E’ infatti possibile che a seguito della tipologia del giudizio sia necessario provvedere alla trascrizione della domanda giudiziale il cui costo è determinato dall’Agenzia delle Entrate, sopportare il costo del Consulente Tecnico d’Ufficio nominato dal Giudice il cui compenso è stabilito dallo stesso Giudice, sostenere il costo del proprio consulente di parte e infine provvedere al pagamento della tassa di Registro della sentenza il cui costo è determinato dall’Agenzia delle Entrate. Possono poi esservi altri costi o di importo meno rilevante o difficilmente ipotizzabili all’inizio dell’incarico

In mancanza di preventivo scritto il compenso sarà comunque determinato in base ai parametri di cui al D.M. 10.03.14 n. 55

La prestazione dell’avvocato può essere di diversa natura:, penale, stragiudiziale, civile

Nelle cause penali il principio generale sopra esposto (“l’avvocato viene pagato dal proprio cliente”) è tassativo. Anche in caso di nomina d’ufficio l’avvocato nominato va pagato dal cliente. E fatta salva solo l’ipotesi di ammissione gratuito patrocinio a spese dello stato

Nelle questioni stragiudiziali ogni parte corrisponde il compenso al proprio legale, salvo quanto disposto dall’art. 13 comma 8 Legge n. 247/2012 che prevede la solidarietà delle parti stipulanti un accordo nel pagamento del compenso anche dell’avvocato di controparte

Nelle cause civili il principio generale sopra esposto (“l’avvocato viene pagato dal proprio cliente”) trova conferma nell’art. 90 cpc il quale stabilisce che ciascuna delle parti di un processo civile deve provvedere alle spese degli atti che compie.

Il giudice poi quando accoglie la domanda può condannare la parte che ha perso la causa al rimborso delle spese di lite alla parte vincitrice nella misura che il giudice riterrà congrua. In sostanza se si vince la causa il giudice può condannare l’altra parte a rimborsare anche le spese del vostro avvocato. Non è una regola fissa in quanto il giudice può anche “compensare le spese” ovvero non prevedere la condanna la rimborso delle spese di lite. Può anche ritenere che solo una parte delle spese affrontate per il giudizio dalla parte vincitrice venga rimborsata dalla parte soccombente

La condanna alle spese di lite avviene sulla base dei parametri fissati dal D.M. 55/14 e non sulla base di quanto concordato tra avvocato e cliente.

Nelle mediazioni ogni cliente corrisponde al proprio avvocato il compenso concordato e quota parte del compenso del mediatore come previsto nello specifico dal regolamento del singolo Organismo di Mediazione

Riferimenti legislativi:

– artt. 2229 e segg Codice civile

– D.M. 10.03.14 n. 55

– L. 31.12.2012 n. 247

Se quanto sopra riassunto vi lascia dei dubbi, non esitate a chiedere maggiori spiegazioni.

Arealegis